È riuscita a dare un andamento di piccante allure a una specie di retrospettivo pamphlet, che ripercorre l’intricato decennio di una vicenda dal sapore gogoliano della Napoli anni sessanta del secolo scorso: Alessandra Caputi, ricercatrice di prima fila nelle battaglie per la salvaguardia del patrimonio storico-artistico, con In nome del paesaggio (Rubbettino «Fondazione Biblioteca Benedetto Croce», prefazione di Vezio De Lucia, pp. 178, € 16,00) ripercorre un’intricatissima vicenda, che riuscì ad evitare un’obbrobriosa speculazione edilizia. Si snodò in un decennio (1957-1967) e, ripensata oggi, è corretto considerarla esemplare e per più aspetti periodizzante.
Erano stati aggiunti illegalmente due ultimi piani a un enorme edificio costruito in via Marcucci, vicino piazza Amedeo, una delle parti più eleganti di Napoli. Da subito l’iniziativa suscitò indignazione non solo per l’altezza – una trentina di metri –, ma perché occupava l’intero giardino di villa Quintieri ostruendo la vista del golfo alla villa Ruffo, di proprietà della famiglia di Benedetto Croce. Oltretutto chiudeva una prospettiva che avrebbe dovuto culminare in un’apertura che dava respiro a un tessuto intenzionalmente scenografico. Pause di curati giardini e irruzioni di una luminosa naturalità punteggiavano una sequenza compatta, animandola come un corpo vivente.









