Voce autorevole della scultura contemporanea l'autrice, varesotta, ha alle spalle 50 anni di attività

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I materiali dimenticati riprendono a respirare nel cuore della città: fino al 30 agosto gli spazi all'aperto di Palazzo Reale si trasformano nel palcoscenico di «Materie viventi», la mostra dell'artista milanese, Maria Cristina Carlini, varesotta di nascita, milanese d'adozione, tra le voci più autorevoli della scultura italiana contemporanea.Soprattutto, a 83 anni ancora indomita, creativa e instancabile. Curata da Marco Eugenio Di Giandomenico, l'esposizione offre un percorso immersivo e gratuito tra il Cortile d'Onore e il Giardino.Al centro di questa ricerca c'è il rapporto diretto e viscerale di Carlini con la materia, spesso naturale o di recupero, vissuta dall'artista come un vero organismo vivente e portatore di memoria.La sua poetica, maturata in oltre cinquant'anni di attività, si esprime qui attraverso interventi essenziali in una dialettica serrata con lo spazio antropizzato del palazzo. Il percorso mette in relazione due imponenti opere monumentali, concepite come presenze in dialogo con l'architettura e arricchite da una progettazione luminosa che ne amplifica la risonanza simbolica. Nel Cortile d'Onore incontriamo «Bosco» (2012), un'installazione composta da 19 elementi in ferro disposti a spirale: invita a camminarci dentro, quasi fosse un piccolo labirinto da esplorare. I sassi sul terreno rendono il nostro incedere volutamente incerto, come lo è spesso la natura.La scelta del metallo, resistente ma esposto all'ossidazione, rende evidente la cifra stilistica dell'artista che da sempre preferisce confrontarsi con la grande dimensione: il ritmo modulare di quelli che paiono fusti di alberi suggerisce una comunità vegetale evocata in un contesto urbano, un paradosso che porta a riflettere. Che spazio siamo disposti a ritagliare in città per la natura? Che cosa rende le nostre città vive? Superato il secondo cortile, sulla destra troviamo il Giardino di Palazzo Reale, un angolo di verde che i milanesi hanno imparato ad apprezzare, specie in questa calda estate: qui vediamo, vicino al cancello, «Filemone e Bauci». In questo caso la scultrice accosta legno di recupero, ferro e oro, mettendo in tensione fragilità e durata, materia povera e preziosità. Il titolo rimanda al celebre mito di Ovidio, che qui diventa metafora della cura del mondo naturale. Le superfici lignee dialogano con l'acciaio e con l'oro, inteso come luce simbolica che affiora come promessa di una possibile rigenerazione.