Tornando su quelle stesse piste che altrove aveva investigato fino a esaurirle, Jan Brokken si era preso la briga – nella sua precedente raccolta L’anima delle città – di compendiare le tappe imprescindibili della sua ormai cinquantennale carriera di viaggiatore, di cui proponeva una versione in qualche modo semplificata: una via più rapida di accesso al genius loci. Quel testo, uscito in Italia nel 2021, era già animato, forse, da un desiderio di ricapitolazione; ma non doveva essere esente – a giudicare dal titolo nederlandese, Stedevaart, originale neologismo che nel suffisso «-vaart» rimandava tanto al pellegrinaggio quanto alla velocità – da un entusiasmo, da un trasporto che in Brokken spesso trapela e deborda nei passi più didascalici ma che gli permette di rianimare, in molti casi, materiali letterari apparentemente inerti.

Date le premesse, è curiosa la scelta di intitolare questa nuova uscita La malinconia del viaggiatore (traduzione di Claudia Cozzi, Iperborea, pp. 416, € 20,00), e sebbene non sia tanto utile venirne a conoscere la risposta, è lecito chiedersi se la definizione riguardi principalmente autore, che in quattordici capitoli – nei quali compare talvolta in primo piano, ma più spesso discretamente sullo sfondo – raccoglie quanto resta di viaggi, ricerche, soggiorni ormai trascorsi; o se a immalinconirsi senza rimedio siano piuttosto i personaggi delle sue storie: figure rievocate sulla scorta di un incontro fortuito o di una lettura coltivata e mai esaurita, oggetti di studio che diventano, con il proprio portato emotivo, soggetti – spesso infelici, o rinunciatari.