Nel 2008 Armando Petrucci, nella premessa al volume Scrivere lettere. Una storia plurimillenaria, avvertiva che «la definitiva scomparsa della lettera tradizionalmente scritta a mano è certamente vicina». L’estinzione silenziosa pare sia ormai avvenuta. Non basta e non serve a consolarci la presenza quotidiana e invasiva della mail, che non è semplice traduzione appiattita sullo schermo della vecchia lettera in formato cartaceo, anche se da questa ha ereditato alcuni tratti formulari. Sono mutati i tempi di riflessione, di scrittura e di invio, così come quelli di attenzione, di attesa e di ricezione: forme di lentezza che non possono appartenerci più. Oggi si curano distanza e assenza in altri modi. Ne tratta, in maniera magistrale e illuminante, Nicholas Carr, in Superbloom (Raffaello Cortina Editore, 2025).

Al progressivo dileguo della lettera tradizionale si è accompagnato, negli ultimi decenni, un interesse, altrettanto crescente, sia per la pratica scrittoria epistolare sia per le reti di corrispondenti, soprattutto fra XVI e XVIII secolo.

Le strade d’Europa hanno conosciuto, a lungo, un instancabile formicolare di corrieri. Nel Cinquecento, complice la spinta umanistica, si consolida la civiltà delle lettere, oltre a quella del dialogo. La comunicazione viene poi facilitata da inedite soluzioni organizzative: sul finire del Quattrocento, con il casato dei Tasso (poi Thurn und Taxis), nasce in Italia il primo servizio postale moderno basato sulla staffetta.