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Il 30 giugno il ministro della Giustizia Carlo Nordio, durante una riunione a Berlino a cui erano presenti i suoi omologhi di vari paesi d’Europa, si è dichiarato orgoglioso di come l’Italia si occupa di prevenzione e contrasto della violenza di genere. Ha detto che il paese «dispone di un sistema integrato di protezione che combina misure civili, penali e amministrative». Cinque giorni dopo l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo perché le sue istituzioni hanno gestito in modo inadeguato le denunce fatte da una donna vittima di violenza, e perché nelle sue aule di tribunale viene talvolta portata avanti una «cultura sessista e stereotipata».

Anche se si occupa di molti casi di discriminazione di genere, in italiano il nome della Corte fa riferimento ai soli diritti «dell’uomo», perché ripreso da quello ufficiale in francese (Cour européenne des droits de l’homme) scelto negli anni Cinquanta, quando nelle istituzioni non c’era alcuna sensibilità per un linguaggio inclusivo e la parola “uomo” si usava per riferirsi indistintamente a tutti gli esseri umani. In inglese invece il nome fece riferimento fin da subito agli human rights, “diritti umani”. In italiano è anche detta CEDU, o più correttamente Corte EDU, perché CEDU è anche la sigla della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, il testo su cui si basa l’attività della corte.