Cinquantanove scatole di ferro che bruciano metano, con tanto di camino che sputa fuori il fumo. Dentro c’è una turbina. Il gas colpisce le pale, la fa ruotare, produce elettricità. I moduli lavorano in serie, generano energia, scaricano emissioni nell’aria. Il data center che alimentano, Colossus 2, è in un altro Stato, il Tennessee, ma per raggiungerlo ci vogliono appena quindici minuti di macchina. Southaven (Mississippi), che ospita il sito, è una città di confine. Anche Colossus 1 è in Tennessee. Colossus 3 invece verrà installato in Mississippi. In quest’area, spalmata su due Stati, Elon Musk sta costruendo un’enorme gigafactory. Secondo l’associazione ambientalista Earthjustice, le turbine che alimentano il secondo data center potrebbero rilasciare nell’aria, ogni anno, fino a 1.700 tonnellate di ossidi di azoto, 180 tonnellate di particolato fine, 500 tonnellate di monossido di carbonio e 19 tonnellate di formaldeide. E sono stime che andranno riviste a rialzo. Le ong attive sul territorio sono passate all’azione: molti impianti, scrivono in report pieni di numeri, riferimenti giuridici e fotografie, sarebbero illegali. Nello scontro, innescato da ricorsi e denunce, è intervenuta anche l’amministrazione Trump: l’infrastruttura per l’AI è strategica per il paese e risponde alle esigenze militari del Pentagono.