"Trent'anni fa le pazienti incinte le facevano abortire, noi abbiamo detto no". I padri del progetto Impress raccontano i retroscena delle due ricerche che cambiano la storia della malattia: "Ora la gravidanza non è più un tabù"

"Gravidanza in caso di sclerodermia: il prezzo da pagare può essere troppo alto?". Nel 2008 titolavano così gli autori svizzeri di un editoriale pubblicato su 'Clinical and Experimental Rheumatology' e la risposta alla domanda era sì, il prezzo da pagare per diventare madri con la sclerosi sistemica potrebbe essere tropo alto. La pensava così anche un gruppo statunitense che sulla stessa rivista, nel 2009, analizzava l'impatto della sclerodermia sull'attività sessuale delle donne che ne soffrono. Come pure un altro team Usa che nel 2010, sull''International Journal of Rheumatology', passava in rassegna le complicanze vascolari a cui sarebbero potute andare incontro le pazienti con sclerosi sistemica decise a partorire. Allora la comunità scientifica era allineata, compatta nello scoraggiare le pazienti che sognavano un figlio. Negli stessi anni, però, qualcuno in Italia decise di muoversi controcorrente. Nello Scleroderma Center di un ospedale dell'Alto Milanese, la reumatologa chiede all'internista: "Abbiamo due pazienti gravide. Cosa facciamo? Dobbiamo farle abortire?". La risposta è "no. Non facciamo niente, adesso ci studiamo". Il seme della speranza era stato gettato. Nasce così lo studio Impress 1, pubblicato nel 2012 su 'Arthritis & Rheumatology', rivista dei reumatologi americani. Il lavoro apriva una breccia: le malate che avevano partorito, se ben seguite, stavano bene e i loro bimbi erano sani. Ora il muro cade: il nuovo studio Impress 2 dello stesso gruppo di ricerca, in pubblicazione su 'Lancet Rheumatology', con un disegno prospettico e controllato conferma definitivamente che diventare mamma con la sclerodermia si può.