Donald Trump ha un asso nella manica da sfoderare quando le cose vanno male. Non fa niente per invertire la tendenza, lui preferisce cambiare la realtà. È successo di nuovo giovedì sera, dopo giorni difficili, con i sondaggi in picchiata e le elezioni di metà mandato sempre più vicine. Il presidente degli Stati Uniti è comparso in tv in diretta dalla Casa Bianca, prometteva rivelazioni destinate a cambiare tutto. Invece è diventato un pretesto per riesumare le greatest hits del trumpismo: elezioni rubate, Cina, deep state, Barack Obama, media corrotti, macchine per il voto manomesse, complotti, Fbi, Cia. Mancavano soltanto Hillary Clinton e il muro con il Messico e il repertorio sarebbe stato completo.

Le grandi novità annunciate alla vigilia si sono trasformate nell’ennesima replica di un copione che gli elettori americani conoscono a memoria. Sono i soliti trucchetti di un politico in difficoltà. In Italia abbiamo un gran maestro della materia come Matteo Salvini, con i suoi elenchi interminabili in cui non articola le frasi ma allinea parole chiave per attirare l’attenzione del pubblico: parla direttamente all’amigdala.

È difficile restituire la sensazione straniante delle parole di Trump, ha fatto un discorso lunare, del tutto scollegato dalla realtà (qui il video). Il centro dell’attenzione erano le presunte interferenze della Cina nelle elezioni del 2020. «È la più grande violazione dei dati elettorali della storia», ha detto. È un’accusa forte, ma non c’è l’ombra di una prova. Ovviamente sono le elezioni che Trump ha perso contro il Democratico Joe Biden in piena pandemia. Quella sconfitta non gli è mai andata giù, né a lui né ai trumpiani: hanno sempre sostenuto, senza fondamento, che la vittoria gli sia stata rubata. (Ancora in questi giorni abbiamo visto le domande dei membri del Congresso al candidato alla carica di Direttore dell’Intelligence Nazionale, Jay Clayton, il quale senza alcun ritegno si rifiuta di rispondere anche alla più diretta delle domande su chi abbia vinto quelle elezioni).