Alla vigilia delle elezioni di metà mandato del 2026, la Casa Bianca si appresta a fare da palcoscenico a un intervento in prima serata destinato a riaprire una delle fratture più profonde del Paese: il presidente Donald Trump terrà un discorso incentrato sull’“integrità elettorale”.
Presentato dallo stesso Trump come foriero di “grandi notizie”, l’appuntamento tenterà di trasformare la contestazione dell’esito del 2020 in una leva di potere nel presente.
Il copione è evidente: riportare al centro del confronto pubblico la tesi delle elezioni “rubate” e cucirla all’attuale agenda repubblicana sulle regole di voto. Una narrazione che collide con i riscontri forniti dalle istituzioni statunitensi. Le accuse di brogli e l’inaffidabilità delle macchine elettorali si sono infatti scontrate con un solido muro giudiziario: su 62 cause intentate dal fronte trumpiano, 61 si sono concluse con esiti sfavorevoli, senza alcuna incidenza sui risultati finali.
A smentire quelle tesi furono, peraltro, figure di primo piano della stessa amministrazione di allora. L’allora attorney general William Barr dichiarò che il Dipartimento di Giustizia non aveva riscontrato frodi tali da modificare l’esito della competizione presidenziale.










