La Casa Bianca ha recentemente reso pubblica una vasta mole di documenti nel tentativo di dimostrare che le presidenziali statunitensi siano state oggetto di ingerenze straniere e di frodi su larga scala. In un intervento di 26 minuti, il presidente Donald Trump ha sostenuto che l’infrastruttura elettorale sia "catastroficamente" insicura e che i file declassificati attesterebbero il furto di dati relativi a 220 milioni di elettori da parte della Cina.
Un’approfondita verifica condotta da Bbc Verify, insieme all’esame dei dossier diffusi, mette però in luce un divario marcato tra la retorica politica e l’effettiva consistenza delle prove.
Il nodo centrale riguarda la distinzione tra la vulnerabilità teorica di un sistema e la sua concreta compromissione.
I documenti confermano che attori esteri, tra cui Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, dispongono di capacità cibernetiche in grado di minacciare le infrastrutture del voto negli Stati Uniti. Tuttavia, l’analisi della Bbc sui materiali — molti dei quali pesantemente oscurati — non individua elementi eclatanti né riscontri che le eventuali interferenze abbiano alterato l’esito delle elezioni del 2020, vinte da Joe Biden.
Quanto al ruolo di Pechino, la presunta immensa banca dati acquisita non deriverebbe da attacchi diretti ai sistemi elettronici di voto. Come evidenziato dalla Bbc e da fonti d’intelligence citate da Reuters, le informazioni sarebbero state per lo più recuperate tramite canali pubblici o acquistate legalmente, poiché in numerosi Stati i registri elettorali sono accessibili. Si tratta di materiale utilizzabile per finalità di profilazione e "guerra cognitiva", ma non equiparabile a una frode elettorale. In tal senso, un rapporto del National Intelligence Council (NIC) del 2021 ribadisce con "alta confidenza" che la Cina non ha interferito nel voto americano.










