L'italiano non ha avuto una parola per indicare un genitore che perde un figlio. Ora il Piemonte propone "atéfano", neologismo nato per dare un nome – e un riconoscimento – a uno dei dolori più grandi

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Dare un nome alle cose è il primo atto per viverle appieno. Che sia una gioia bella da condividere o che sia un dolore da elaborare, che sia qualcosa che blocca il respiro o che sia qualcosa che rende liberi. Ogni singola precisa parola serve. Serve a dare un senso quando non lo si trova più, a ragionare, a ripartire, a mettere un punto.

Ogni sentimento ha la sua parola, ogni sensazione che ci attraversa. E, pensateci, anche il silenzio – quello nel quale delle volte siete costretti a chiudervi in attesa che una tempesta passi – quante parole ha? Passano le tempeste ma le parole restano e, almeno, sono servite a nominare quel dolore e a costruirci tutt’attorno il difficile atto della ripartenza. Perché, volenti o nolenti, da qualche parte bisogna pur ricominciare.

E allora eccolo, forse, il motivo per cui – dopo millenni – anche il dolore più grande e inguaribile di chi perde un figlio avrà un nome.