Non tutte le assenze hanno un nome e, forse, non è un caso.
In italiano sappiamo come chiamare chi perde un genitore: è un orfano. Sappiamo come chiamare chi perde il proprio compagno di vita: è una vedova o un vedovo; ma non esiste una parola che definisca una madre o un padre che sopravvivono al proprio figlio. È un vuoto linguistico che, probabilmente, racconta qualcosa di molto più profondo della grammatica.
Negli ultimi mesi si è iniziato a parlare di Atèfano, un neologismo proposto dall’associazione Rachele Franchelli – Uno sguardo senza confini APS, nata dopo la morte della giovane Rachele. Il termine deriva dal prefisso privativo greco a- e da téknon, “figlio” e significa, letteralmente, “privo di figlio”.
L’obiettivo non è creare un’etichetta, ma colmare un’assenza che da sempre accompagna uno dei dolori più difficili da raccontare.
L’iniziativa ha trovato un primo riconoscimento istituzionale attraverso mozioni approvate dai Consigli regionali della Liguria e del Piemonte, che ne hanno sostenuto la diffusione culturale. Il percorso, tuttavia, è ancora aperto. L’Accademia della Crusca infatti non decide quali parole debbano entrare nella lingua italiana: osserva quelle che i parlanti scelgono di utilizzare. Sarà dunque il tempo, insieme all’uso, a stabilire se atèfano diventerà parte del nostro lessico.






