Ci sono dolori che restano nell’ombra. Dolori che non trovano spazio, che non vengono riconosciuti, che vengono messi a tacere. Sono i dolori dei lutti delegittimati, quelli che la società considera “non abbastanza importanti” da meritare attenzione, empatia, o anche solo un gesto di conforto. Ma il dolore non si misura con il metro del riconoscimento sociale: quando si perde qualcuno o qualcosa di significativo, quel vuoto esiste, e chiede ascolto.

Il termine disenfranchised grief, introdotto dallo studioso Kenneth Doka, si riferisce proprio a questo tipo di lutto: un lutto che viene privato di legittimità. Può accadere in molti modi. Pensiamo alla morte di un ex partner, di un’amica o di un amico intimo mai “ufficializzato”, di una persona amata in segreto. Ma anche alla perdita di un animale domestico, di una persona famosa che ha segnato la nostra vita, o alla fine di una relazione importante vissuta da una persona anziana, a cui spesso non si riconosce il diritto all’amore e quindi al dolore.

Ci sono poi i lutti legati a esperienze stigmatizzate: il suicidio, l’overdose, l’interruzione volontaria di gravidanza. O ancora, i lutti che coinvolgono relazioni non conformi alle aspettative sociali: partner dello stesso sesso, legami extraconiugali, famiglie “non tradizionali”.