Non c’è dolore più grande della morte di un figlio. E aveva ragione Papa Francesco quando diceva che non esiste neppure la parola giusta per definire quello strazio. Se sei figlio e crepa un genitore diventi orfano, ma se sei madre o padre e ti uccidono la figlia, cosa sei? Lo dico pensando ai genitori di Chiara Poggi, la studentessa 26enne massacrata il 13 agosto 2007 nella sua villetta di Garlasco mentre la famiglia l’attendeva in vacanza. C’è un uomo in carcere da anni per quel delitto: Alberto Stasi, condannato dalla giustizia e dall’opinione pubblica in assenza di prove. Ma finalmente sono state riaperte le indagini e si è mosso il mondo attorno a quel paese di poche anime che chiede l’oblio e torna ogni volta alla ribalta della cronaca. Immagino lo strazio dei Poggi. Ogni refolo di questa nuova inchiesta che scava nelle loro vite è come una goccia di sale su una ferita mai rimarginata. Sommozzatori, vigili del fuoco, perquisizioni a casa di Andrea Sempio (unico indagato), al papà, alla mamma che non sta bene e piange, e poi agli amici che allora erano solo ragazzi. Diari sfogliati e indagati con cura. Ricordi che finiscono nelle mani degli inquirenti, presi, infilati in buste di plastica e poi archiviati come nuovi elementi di indagine, quando sembrava fossero solo frammenti di un passato da consegnare a una memoria benevola. Affiorano anche i reperti di allora: le tracce organiche sotto le unghie, le fascette adesive usate per prendere le impronte nella villetta del delitto, il frammento del tappetino del bagno schizzato di sangue, i resti di una colazione antica: l’Estathé, il Fruttolo, un sacchetto di cereali. Mai repertati o mal repertati. E adesso tornano centrali, mentre il tempo corre rapido e il fogliame nella campagna rigogliosa avanza, attorno alle cassette delle poste, lungo gli argini dei tombini.