La barca battente bandiera dei Paesi Bassi della Ong tedesca ha avuto un lungo contenzioso con lo Stato italiano: nel 2016 avrebbe recuperato 23mila migranti

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Le Ong ora sbarcano su Netflix: da oggi, anche in Italia, è disponibile sulla piattaforma di streaming "23.000 vite", un film incentrato sulle vicende dell’equipaggio della Iuventa, la nave battente bandiera dei Paesi Bassi gestita dell’organizzazione non governativa tedesca “Jugend Rettet”, sequestrata a Trapani nel 2017. La pellicola, presentata in anteprima al Deutsches Theater di Monaco, sposa senza riserve le tesi degli attivisti, dipingendo le istituzioni giudiziarie italiane e di frontiera sotto una luce apertamente ostile. Infatti, nel film l’Italia viene descritta come il motore di una campagna di persecuzione e ostruzionismo contro le Ong e a dare voce a questo attacco è l’allora capitano Benedikt Funke, il quale afferma che l’unico scopo di quello che definisce un “processo farsa” era solo quello di “criminalizzare e scoraggiare noi soccorritori”.Funke ha anche annunciato che, visto che la nave ferma nel porto di Trapani ha subito danni, ora “Jugend Rettet” avvierà una causa contro lo Stato italiano. Il film adotta una retorica polarizzante: da un lato i giovani e generosi studenti berlinesi dipinti come eroi e dall'altro lo Stato italiano, colpevole, secondo i protagonisti, di aver ridotto la nave a un "relitto" nel porto di Trapani. Viene raccontato l’impegno di questi giovani tedeschi che con un vecchio peschereccio partono da Malta per recuperare i migranti durante la crisi del 2016 quando, stando alle loro stime, ne sono stati portati a bordo 23mila. Nel film viene presentata una ricostruzione faziosa e nella pellicola si utilizzano persino le motivazioni con cui il giudice italiano dell'udienza preliminare ha archiviato il caso nel 2024. Nel testo della sentenza si legge infatti che “le prove presentate dimostrano con assoluta chiarezza che i reati contestati agli imputati non sussistono” e che la fuga da violenze e privazioni rappresenta “un chiaro indizio dell'inevitabilità della fuga da una situazione in cui sussiste il pericolo di un grave danno personale se trattenuti nei centri di detenzione libici per migranti”.