di Martina Pennisi

Australia, Regno Unito, Unione europea: si allarga la geografia di chi regolamenta le piattaforme per i teen. Il sistema del controllo facciale (attraverso i selfie) per risalire all’età. Ma la tecnologia non è infallibile: il controllo degli adulti è ancora fondamentale

Partiamo fissando un punto. Non esiste probabilmente misura più efficace di quella emersa dalla revisione sistemica pubblicata nel 2025 sulla rivista Jmir Pediatrics and Parenting: la formazione dei genitori in materia di educazione digitale è associata a una riduzione del tempo di utilizzo degli schermi sia da parte dei figli sia da parte dei genitori stessi.Qualsiasi iniziativa per tutelare il percorso di crescita dei giovanissimi e la loro salute mentale dovrebbe partire da questa consapevolezza.

Sono sempre di più i Paesi convinti che non sia sufficiente, dall’Australia capostipite con una legge che dal dicembre 2025 vieta la creazione di profili di social ai minori di 16 anni al Regno Unito, che si è impegnato ad adottare misure analoghe. Già, ma come? Perché gli studi e i timori, di cui La generazione ansiosa di Jonathan Haidt (Rizzoli) è diventato un manifesto e che vanno bilanciati con i benefici, sono da tempo sul tavolo. La variabile, prima di misurare gli effetti, è l’applicabilità delle restrizioni. L’Australia ha dato la responsabilità alle piattaforme, pena multe portate a circa 60 milioni di euro: sono i vari TikTok, Instagram e YouTube a dover adottare «misure ragionevoli» applicando una sorta di effetto domino, dall’analisi comportamentale che può far emergere segnali sospetti al riconoscimento facciale per stimare l’età fino alla richiesta, in ultima istanza e in caso di contestazioni, di documento di identità o dati bancari.