È stato il gran protagonista di questi giorni: il voto segreto ha acceso gli animi a Montecitorio, con la sua presenza incombente che ha portato alla clamorosa sconfitta del Governo sulle preferenze.

Frutto delle anomalie - mai chiarite - delle norme parlamentari, che alla Camera lo prevedono all’art. 49 del regolamento come facoltà sulle leggi elettorali (è escluso, invece, sulle leggi di bilancio e collegate), mentre al Senato è negato.

Una lunga storia, quella di questa specifica forma di voto, spesso finita al centro di polemiche per l’emergere di franchi tiratori (famosi gli episodi che videro “impallinare” Franco Marini e Romano Prodi nella corsa al Quirinale) o per esiti clamorosi, come la recente elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato, quando emersero 16/17 voti che non facevano parte del centrodestra.

La norma generale, nell’Italia repubblicana, vuole che la segretezza sia garantita per i voti che riguardano le persone (appunto le elezioni del capo dello Stato e dei presidenti delle Camere) e, quando ne viene fatta richiesta, su temi che incidono sui principii e sui diritti di libertà.

Già l’origine, d’altronde, dice molto su questa particolare tipologia.