di
Paolo Tomaselli, inviato a New York
L’irreverente Lamine Yamal contro il vecchio mito Messi, blocco alto sfida il blocco basso: più di una semplice partita
Gli sbarbati del coro spagnolo, con il loro calcio sinfonico, contro i ragazzacci di strada argentini, assatanati come se non ci fosse un domani. E stavolta in effetti un domani non c’è: vincere domenica sotto il sole del New Jersey «per l’ultima di Leo», per la quarta stella e per il pueblo. Oppure nada. L’irreverente Lamine Yamal (ieri a riposo per un fastidio alla coscia) stella della Masia del Barcellona che sogna di fare come Pelé e Mbappé campioni del mondo teenager, contro il vecchio mito Messi, che di quel vivaio resta il simbolo più potente. E a 39 anni è ormai a un solo passo, contro la sua seconda patria, dal secondo trionfo consecutivo, impresa riuscita per ultimo proprio a Pelé, se pure a mezzo servizio, nel 1962.
Da una parte c’è un ct giovane ma campione in carica come Scaloni, che in Spagna ci ha giocato e ci vive. Dall’altra uno come De La Fuente, che era in campo da terzino destro dell’Athletic Bilbao quando nel 1983 una mega rissa convinse Diego Armando Maradona a lasciare la Spagna, per andare a Napoli. «Oggi è morto il calcio!» disse allora il Flaco Menotti, allenatore del Barcellona di Diego e ct dell’Argentina campione nel 1978. Ma il calcio non finisce mai, come le magie di Messi — ultima l’assist di destro per il gol della vita di Lautaro contro los ingleses —. E come la voglia di pallone di questa Spagna, che lo tratta come nessun’altra, flirtando con la perfezione: la Roja ha giocato solo una finale nella sua storia, ma nel 2010 l’ha vinta con il famoso gol di Iniesta ai supplementari e un grande Casillas in porta. L’Argentina invece ha una relazione pericolosa con il brivido, di finali ne ha perse due, con i tedeschi, una a Italia 90 e l’altra in Brasile. E «quando deve rimontare cerca spazi come fanno i minatori nella pietra» secondo il Clarin, quotidiano di Buenos Aires.










