Ogni finale mondiale incorona un campione. Alcune raccontano anche un’epoca. Spagna-Argentina appartiene a questa seconda categoria. In campo, il testimone passa idealmente di mano: da un lato Lionel Messi, il più grande interprete del calcio degli ultimi vent’anni, chiude il suo cammino iridato. Dall’altro Lamine Yamal, diciannove anni e la certezza di dominarne altrettanti, apre il suo. Ma fuori dal rettangolo verde si giocherà un’altra partita. In tribuna d’onore, al fianco di Infantino e Trump, siederà il premier spagnolo Sánchez, il leader europeo che negli ultimi mesi ha sfidato gli Usa su tutto, dalle basi militari a Gaza.
Lionel Messi, Lautaro Martinez, Jose Manuel Lopez e Geronimo Rulli
Il presidente argentino Milei, il leader latinoamericano più vicino a Trump, avrebbe potuto completare il quadro. Guarderà invece la partita da Buenos Aires, ufficialmente per scaramanzia.
È forse questa l’istantanea destinata a rimanere del Mondiale 2026: il pallone corre sull’erba, mentre la storia prende posto in tribuna. È quasi una legge non scritta del calcio: le finali mondiali non mettono in palio soltanto una coppa, ma finiscono per diventare il ritratto di un’epoca.
Le mascote dei Mondiali: l’alce canadese Maple, l’aquila Clutch per gli Usa e il giaguaro messico Zayu










