Roma, 16 luglio 1976. Nei corridoi del Midas, un albergone sull’Aurelia che ospita i lavori del Comitato centrale socialista, l’aria è densa, satura dell’amarezza cupa di chi sente di essere stritolato dai colossi della Repubblica. Il Partito socialista italiano è un corpo contuso, reduce dal disastro elettorale del 20 giugno che ha consacrato la centralità delle due grandi culture politiche di massa; all’avanzata imponente del Partito comunista ha fatto da contraltare la tenuta granitica della Democrazia cristiana, Enrico Berlinguer e Aldo Moro sono sul punto di aprire la strada agli sviluppi consociativi della solidarietà nazionale.
Un approdo che agita i socialisti, ai quali Norberto Bobbio non risparmia critiche, evocando scenari poco rassicuranti per un partito “indisciplinato, un po’ scombinato, tanto vario da apparire lacerato, tanto mobile da apparire instabile, tanto instabile da apparire senza bussola”. Travolta dall’assenza di prospettive, dalle liti correntizie e da un moto di rivolta generazionale, la segreteria di Francesco De Martino cade, e con lui finiscono sotto processo tutti i capi storici accusati di avere condotto la nave socialista nelle secche dell’immobilismo. La prima pagina del 17 luglio 1976 dell’Avanti!, il giornale del Psi, che celebra la svolta avvenuta nel partito






