Il Golfo Persico brucia di nuovo. Il Sud dell’Iran torna nel mirino degli Stati uniti, mentre l’esercito iraniano avverte che «tutte le infrastrutture della regione saranno distrutte da colpi d’acciaio» se gli Usa daranno seguito alla minaccia di attaccare siti civili iraniani. Teheran non parla più di deterrenza. Parla di guerra.

A DARE IL VIA alla nuova fase è stato il Comando degli Stati Uniti. Centcom ha lanciato più ondate di attacchi aerei contro i sistemi missilistici, i droni e le installazioni di sorveglianza costiera iraniane. I raid si sono spinti fino a nord, sfiorando la periferia di Teheran e colpendo un complesso missilistico nella provincia di Semnan, un salto di scala che dice quanto la guerra si sia ormai allontanata dai confini in cui era rimasta contenuta fino a ieri.

La risposta iraniana è arrivata quasi immediata: missili e droni contro le basi americane in Kuwait, Bahrain e Giordania. A Sheikh Isa, in Bahrain, Teheran rivendica la distruzione di radar per il controllo aereo e di stazioni di pompaggio carburante. In Giordania i colpi hanno preso di mira la base di Al-Azraq. L’esercito kuwaitiano ha confermato di aver intercettato droni ostili nei propri cieli; le autorità giordane dichiarano di aver abbattuto otto missili diretti verso obiettivi strategici.