Come riesce Posidonia oceanica a cresere rigogliosa fino a 50 metri di profondità, dove la luce è estremamente scarsa e composta quasi esclusivamente da radiazioni blu? La risposta arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, a cura della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e dell'Università di Verona, con il CNR e il Politecnico di Milano, che ha identificato uno specifico adattamento evolutivo grazie al quale questa pianta marina ha ottimizzato il proprio apparato fotosintetico per sfruttare al massimo la limitata luce disponibile sui fondali.

La ricerca, intitolata Structural and Spectral Adaptation of the Seagrass Posidonia oceanica Photosystem I to Seabed Light, dimostra che P. oceanica ha modificato nel corso dell'evoluzione la struttura del proprio fotosistema I, sviluppando un sistema di cattura della luce più esteso rispetto a quello delle piante terrestri e, allo stesso tempo, accelerando il trasferimento dell'energia luminosa verso il centro di reazione della fotosintesi. Una strategia che le consente di mantenere un'elevata efficienza fotosintetica anche in ambienti marini con ridotta disponibilità di luce.

Tra 70 e 100 milioni di anni fa, un gruppo di piante terrestri, tra cui Posidonia oceanica, ha colonizzato l'ambiente marino. Dopo essersi evolute dalle alghe marine ed aver conquistato la terraferma, le piante superiori sono tornate a vivere sul fondo del mare, dando origine a vaste praterie sommerse, alcune più che millenarie, che oggi rappresentano uno degli ecosistemi più importanti del pianeta per biodiversità, produttività biologica e capacità di sequestro del carbonio.