Secondo un rapporto del senato francese, nell’ambiente dei videogiochi la parità di genere è un miraggio

Mercoledì 8 luglio, a Parigi, la Francia ha celebrato l’apertura dei nuovi Giochi olimpici dell’e-sport, largamente finanziati dal regime autoritario e patriarcale di Mohammed Bin Salman. Nel frattempo, più discretamente, il senato ha pubblicato un interessante rapporto sul ruolo delle donne nel mondo dei video­giochi. Otto mesi di lavoro hanno portato a una serie di raccomandazioni, di cui la più significativa riguarda la necessità di vincolare la concessione degli aiuti pubblici a una serie di miglioramenti.

Leggendo il rapporto si capisce subito che l’argomento non è propriamente familiare per il senato, anche se parliamo della “prima industria culturale francese”, un settore che conta ben mille aziende, diecimila dipendenti e un giro d’affari da sei miliardi di euro. Segue qualche battuta per esorcizzare lo scarto tra questo universo associato all’adolescenza e l’immagine di un senato non esattamente all’avanguardia in fatto di tendenze. “Ero rimasta al Gameboy e a Tetris”, scherza Marie Mercier, una dei tre parlamentari che si sono occupati del rapporto.

Marcia indietro

In Francia il pubblico dei videogiochi si è fortemente “femminilizzato” (le donne rappresentano il 49 per cento degli utenti se si includono anche i giochi per cellulari) ma l’industria resta una faccenda tra maschi. Sull’onda del movimento #MeToo, nel 2023 le donne rappresentavano quasi un quarto dei lavoratori del settore. Oggi la loro percentuale si è ridotta al 20 per cento. Questa marcia indietro si spiega con il fatto che le donne occupano i posti più precari: negli incarichi di natura tecnica, rappresentano appena il 7,7 per cento della forza lavoro e sono relegate alle mansioni artistiche o di supporto (marketing, comunicazione, risorse umane), ovvero quelle più esposte al rischio di licenziamento. “Quando il settore vive un momento di crisi, sono le donne a pagarne il prezzo”, ribadisce la parlamentare Dominique Vérien. È probabile che i licenziamenti delle donne siano stati facilitati anche dal forte calo della presenza femminile negli incarichi dirigenziali: dal 20 per cento nel 2002 al 14,2 del 2024.