Secondo il Global Gender Gap Report 2026 del World Economic Forum, l'Italia continua a occupare le ultime posizioni tra i Paesi dell'Europa occidentale per partecipazione economica e opportunità delle donne. Nonostante i progressi registrati nei consigli di amministrazione grazie alla legge sulle quote di genere, le posizioni di vertice nelle imprese restano ancora prevalentemente maschili. Aumentare la presenza femminile ai vertici non significa che il problema della parità sia risolto, ma che si sta cercando di intervenire su uno squilibrio storico, su una frattura strutturale molto antica che richiede una rivisitazione dei rapporti di produzione da tutti i punti di vista. La lettera di Carlo oggi ci ricorda che per riequilibrare questa situazione ci dev’essere la buona volontà da parte di tutti, uomini e donne insieme. Risponde al lettore Roberta Zantedeschi, consulente HR e business coach umanistica.

Cara redazione,

Sono un uomo. Nel corso degli anni sono veementemente entrato in collisione con altri uomini sul tema del lavoro femminile. Ho sempre trovato scandaloso che gli uomini continuassero a sfruttare le donne, appropriandosi – gratuitamente - del loro tempo per la cura dei figli e della casa. E ho voluto comportarmi ben diversamente (ho preso la paternità; ho accudito i figli, tornavo presto dal lavoro quando necessario, facevo vacanze da solo con loro, cucinato, pulito, e mille altre cose). Ho poi osservato come le discriminazioni di genere nascano, seppur non esclusivamente, con la nascita (e specialmente la successiva gestione per oltre 10 anni) dei figli.