“Quanto mi costa?” È la domanda più semplice e più temuta che si possa rivolgere a un politico italiano in campagna elettorale — tanto semplice da essere diventata il titolo di una petizione proposta dalla “Fondazione Einaudi”, Quanto mi costa, che chiede ai partiti di tradurre ogni promessa in numeri veri prima che in voti. È una battaglia di buon senso prima ancora che politica, e vale la pena sostenerla: perché nell’Italia del 2026 non manca la fantasia dei programmi, manca la disciplina di dire quanto costano e chi li paga.

Il campo progressista, riunito a Napoli attorno all’“ora tocca a noi” di Giuseppe Conte, ha issato la Costituzione a programma e il salario minimo a prima misura di un governo che ancora (ahimè) non esiste — ma sulla politica estera e le crisi geopolitiche (Ucraina, Iran etc.) e su come dare una traiettoria credibile agli elettori, la stessa triade Pd-M5s-Avs parla lingue diverse: è bastata la battuta (geniale e perfida) “campo Lavrov“, coniata da Pina Picierno ormai fuori dal Pd, per rivelarlo. Sul fronte opposto, l’attuale destra che governa, la crepa ha già un partito: Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che dalla scissione leghista ha eroso in pochi mesi Fratelli d’Italia e la Lega, correndo fuori dalla maggioranza e minacciando di spaccarla alle prossime politiche a suon di slogan di neofascismo in purezza. Aggiungo che in FN l’aggravante è che si è rotto persino il diaframma del pudore. Nel senso che i vannacciani sono neofascisti e se ne vantano pure. Contenti loro e — spiace dirlo — chi li vota.