In questa sciagurata era del populismo, la classe politica è abilissima nel descrivere i problemi e scarsissima nel risolverli. E quando propone una soluzione, spesso costa più del previsto o produce risultati lontani da quelli annunciati. Dal Superbonus a quota 100, passando per il reddito di cittadinanza, misure diverse sono diventate il simbolo dello stesso vizio: annunciare prima e fare i conti dopo. Ogni promessa è debito pubblico. Negli ultimi tempi, alcuni politici non provano neppure a nascondere questo vizio. Durante il programma “In Onda” su La7, Roberto Vannacci ha detto, attingendo alla sua solita retorica logicamente illogica: «Io faccio il politico, non il ragioniere. Do l’indirizzo politico».
L’economista Carlo Cottarelli ha una soluzione per interrompere questo malcostume. L’ex senatore del Partito democratico, eletto nell’ottobre 2022 e dimessosi il 31 maggio 2023, promuove insieme alla Fondazione Luigi Einaudi la campagna “Quanto mi costa?” (qui per firmare la petizione), nata per riportare in Parlamento il suo disegno di legge sulla trasparenza dei programmi elettorali. La proposta obbligherebbe i principali partiti a quantificare il costo delle misure, indicare le coperture o l’eventuale ricorso al deficit e presentare le conseguenze sui conti pubblici per i cinque anni della legislatura. Le stime sarebbero poi valutate dall’Ufficio parlamentare di bilancio. Le promesse politiche possono rimanere ambiziose, ma chi le formula dovrebbe rispondere alla domanda: quanto si paga? «Se il disegno di legge che ho presentato anni fa, nei pochi mesi trascorsi al Senato, fosse approvato sarebbe più complicato scrivere i programmi elettorali. Ne guadagnerebbero i cittadini. Promettere senza dire quanto e chi paga è più facile: non si rischia di perdere voti se si rimane generici o se non si dice nulla su dove si andranno a prendere i soldi».












