Un ragazzo ha cercato più volte di gettarsi dalla finestra: lo ha salvato un operatore. Un altro è stato sottoposto a sette Tso, i trattamenti sanitari obbligatori, solo da gennaio a oggi. Sette. E ha già ottenuto la protezione internazionale, dunque non dovrebbe nemmeno trovarsi lì, nel centro di accoglienza di Coronata a Genova. Un altro, per riuscire a dormire, deve stordirsi con l’alcol.
Le ferite dei traumi delle violenze subite nei lager libici e dei viaggi attraverso il Mediterraneo sono ancora aperte: solo nel Cas di Coronata, gestito dalla cooperativa Un’Altra Storia, 70 migranti sono stati riconosciuti come fragili dalla Prefettura: eppure, operatori e operatrici sono lasciati soli a gestire situazioni delicatissime.
Per questo si sono dati appuntamento per un sit-in a Largo Lanfranco: “ Fare accoglienza così va al di là delle vostre forze competenze e responsabilità: diventa problematico - scandisce al microfono monsignor Giacomo Martino, a capo dell’Ufficio diocesano Migrantes, davanti ai lavoratori della cooperativa Un’altra storia ma anche quelli di Saba, Biscione, Ceis, Villaggio del Ragazzo di Chiavari - alcune persone hanno un problema sanitario grave, servirebbero strutture sociosanitarie adeguate. Invece la Prefettura consente che restino in accoglienza migranti che hanno già ottenuto il riconoscimento della protezione internazionale, perché non sa dove altro metterle. Questo è inaccettabile - pesa le parole don Martino - e lo dico a nome della chiesa genovese e ligure”.







