Quando sbucano fuori dal buio indossano caschi e passamontagna. In mano hanno bastoni e spranghe. Sono in quaranta: si avvicinano a un gruppo di minori stranieri. Che riescono a scappare, nascondendosi nella boscaglia: tutti tranne uno. Un ragazzino di 17 anni di origine marocchina: accerchiato, viene pestato e colpito più volte alla testa. Verrà curato all’ospedale San Martino con 21 giorni di prognosi. È la notte tra il 16 e il 17 giugno: siamo a Genova, a Pianderlino, sulle alture del quartiere di San Fruttuoso. Il ragazzo ferito è ospite di un centro per minori stranieri non accompagnati in un’altra zona della città: ha raccontato che gli aggressori parlavano italiano e albanese. Non siamo a Belfast: ma nell’Italia che ha sdoganato la parola “remigrazione” vanno in scena le prime ronde e una caccia allo straniero che hanno spinto Defence for Children e l’associazione Tutori Riuniti a lanciare una petizione pubblica e la Procura di Genova ad accendere un riflettore. Perché dopo pochi giorni in un altro quartiere, a Quinto, il copione si ripete. Sul molo davanti ai giardini, un gruppo di giovanissimi (stranieri e anche italiani) stanno facendo festa: vengono presi a pietrate da un gruppo di una ventina di persone a volto coperto, armate di bastoni: un minore viene ferito alla testa. Tanto che ora la Procura di Genova vuole capire se dietro le due aggressioni si nasconda un’unica regia.Una tensione che è l’effetto – inquietante – di una gestione dei minori stranieri non accompagnati trasformata in ordinaria emergenza. Che si accompagna a un approccio che non lavora sulla prevenzione e sui mezzi per rendere l’accoglienza efficace: ma sul pugno duro e sulla tolleranza zero. Dunque, mentre il governo approva il contestato disegno di legge che ribalta il concetto di imputabilità, presumendo la capacità di intendere e di volere già dai 14 ai 18 anni “fino a prova contraria”, l’ultimo rapporto di ActionAid definisce le politiche del governo Meloni rispetto all’accoglienza dei minori stranieri soli «emergenza programmata». Con l’eccezionalità – non giustificata dai numeri, perché le persone migranti accolte in Italia sono 134.549, lo 0,23% dei residenti – è ormai la regola. Che finisce per avallare sovraffollamento, ricorso a gestori “for profit”, riduzione dei servizi. L’ossatura della gestione oggi è tutta sbilanciata sui Cas, i centri di accoglienza straordinaria in capo alle prefetture. E a farne le spese sono i più fragili: i minori stranieri soli. Che, sempre più di frequente, vengono ospitati impropriamente nei centri dedicati agli adulti. E lì, spesso, restano: in almeno 16 prefetture italiane, infatti, le permanenze superano i 90 giorni. Ma nel limbo si rimane anche più di 150 giorni, con picchi fino a 1.413 giorni. Un approccio che ignora la tutela dei più fragili e si riverbera nelle scelte legislative. Il piano del governo, infatti, è accelerare sui rimpatri assistiti. Anche a costo di abbattere la prossima frontiera del diritto: erodendo le garanzie dei minori migranti soli. Il disegno di legge immigrazione (approvato in Consiglio dei ministri l’11 febbraio, ora all’esame del Senato) prevede infatti che a decidere di rimandare al Paese d’origine un minorenne non accompagnato non sia più l’autorità giudiziaria, ma il prefetto. Che fa capo al ministero dell’Interno: chiamato poi a eseguire il rimpatrio.L’ultimo rapporto di ActionAid “La Frontiera, ovunque. Centri d’Italia 2026”, realizzato in collaborazione con Openpolis elaborando dati inediti ottenuti da ministeri e prefetture, ha monitorato gli effetti del decreto-legge 133 del 2023: che introduceva la possibilità (in casi di comprovata emergenza) di accogliere i minori sopra i 16 anni nei centri per adulti. Temporaneamente. Ebbene: a fine novembre 2025, in 29 prefetture erano almeno 823 i ragazzi ospitati lì dal 2023. La legge, dunque, non fa che istituzionalizzare un modello di accoglienza impropria senza servizi educativi, spazi adeguati, monitoraggio costante. La deroga diventa norma. A discapito dei diritti. Nei grandi centri collettivi da 900 posti, il rapporto calcola che un operatore sociale abbia in media un minuto e 52 secondi al giorno da dedicare a un singolo ospite. Un medico ha a disposizione appena 48 secondi.Quando si parla di minori che entrano nel circuito emergenziale gestito dalle prefetture, bisogna tenere a mente che si tratta di ragazzini salvati mentre attraversavano il Mediterraneo centrale. Spesso hanno subìto violenze, visto morire gli amici. L’anno scorso, i minori erano il 23,9% delle persone sbarcate: di questi, più di otto su dieci erano soli al mondo. Il paradosso è che mentre si sistemano i minori nei centri per adulti, i posti liberi ci sarebbero: il report mostra che in 9 prefetture ne sono stati trovati all’interno del comune, in 21 prefetture nella provincia e in tutte le 29 prefetture esaminate c’erano spazi vuoti nella stessa regione. Ma l’ansia di “smistamento” prevale, oltre la logica.«Prima ancora che stranieri sono persone titolari di diritti, riconosciuti dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e dalla legge Zampa 47 del 2017 – sottolinea Pippo Costella, direttore di Defence for Children Italia – che non viene abbastanza applicata: bisogna puntare su progetti strutturati, alloggi dignitosi, scuola e formazione». Anche perché, al compimento dei 18 anni, il rischio è che questi ragazzini invisibili si trovino improvvisamente senza tutele: un nuovo salto nel buio.
Un’emergenza programmata
Due aggressioni in pochi giorni a Genova riportano alla luce il modello di accoglienza che l’Italia riserva ai minori stranieri. Trattati come un’urgenza perman







