Antonio Picasso

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«Grazie Donald, ma anche no». Potrebbe aver risposto così il premier israeliano Netanyahu alla richiesta di Trump di far ripiegare le Israel Defence Forces dai territori siriano e libanese tuttora sotto il loro controllo. Dopo l’invito a non intervenire nella terza ondata di attacchi contro l’Iran, gli Usa alzano la posta. E mentre la prima richiesta ha una ragion d’essere strategica e un’utilità politica, per Gerusalemme, una ritirata è irricevibile. A tre mesi dal voto, una mossa del genere varrebbe il suicidio politico per Bibi. «Siria e Libano sono comunque due questioni diverse», dice Avraham Levine, dell’Alma Research and Education Center, di Kfar Vradim (Galilea occidentale). «Dalla Siria Israele potrebbe ritirarsi anche domani e mantenere lo stesso livello di sicurezza per gli abitanti delle Alture del Golan, naturalmente adottando le giuste misure».

I rapporti tra Stato ebraico e la Damasco post-Assad sono ancora in via interlocutoria. Sulla Siria pesa l’ombra della Turchia. Cosa che non può andar bene a Gerusalemme. D’altra parte, il nuovo leader siriano, Ahmad al-Shara, o al-Jolani, a seconda dei punti di vista, ha dimostrato una tale spregiudicatezza da poter dire che una normalizzazione delle relazioni sia plausibile. «È una scommessa, certo», aggiunge Levine. «Ma con l’adeguato lavoro e i negoziati impostati nella giusta maniera, credo che si possano ottenere buoni risultati».