DALLAS. Adrien Rabiot non avrà più il problema di posare i tacchetti sul prato del MetLife Stadium. Era stato il primo – dopo la partita con il Senegal, un mese fa – a criticare il manto erboso dello stadio costruito nel 2010 e che ospita tradizionalmente le squadre di football di New York, i Giants e i Jets. In questa commistione di football e soccer risiedono parte dei problemi che Rabiot, e dopo di lui altri giocatori e Didier Descamps, hanno evidenziato. Disse il centrocampista del Milan: «Il terreno di gioco sembra artificiale, è duro e rigido, si asciuga rapidamente». Deschamps aggiunse: «I fili d’erba sono molto corti, e sotto c’è il cemento».

Obiezioni che nessuno ha smentito, la Fifa ha mantenuto il silenzio alle critiche per la condizioni del terreno di gioco. Tutti undici gli impianti del Mondiale sul suolo statunitense sono costruiti per il football e per altri eventi. Il MetLife di East Rutherford è ad esempio luogo di elezione dei concerti più grandi dell’area metropolitana di New York. Solo 4 degli stadi negli Usa hanno l’erba (Kansas, Philadelphia, Santa Clara e Miami); quello della finale ha subito una importante trasformazione in maggio quando l’erba sintetica è stata sostituita con quella naturale. In otto stadi invece il prato è stato posato sopra quella artificiale creando una sorta di “miscela”. Le regole della Fifa prevedono che l’erba sia tenuta sotto i 5 centimetri, il manto erboso di Dallas ad esempio è stato trattato e tagliato a 23 millimetri. Anche a New York però il livello – per la finale di domenica – dovrebbe essere più alto proprio per attutire al massimo quella presenza di cemento denunciata da Deschamps. L’uniformità delle condizioni di gioco è stata una delle sfide maggiori in questo Mondiale spalmato in 3 stati, 16 stadi e con distanze chilometriche percorse dalle squadre fra città delle partite e ritiri. Il record fra le 4 semifinaliste è detenuto dagli inglesi che hanno solcato cieli e strade d’America per oltre 20mila chilometri in 35 giorni.