Non sbaglia chi mette in relazione il voto in Israele del 27 ottobre con la decisione del presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen, di indire un mese dopo, il 28 novembre, le elezioni per il rinnovo, dopo vent’anni, del Consiglio legislativo palestinese (Plc). «Non si tratta solo di un’opportunità, dettata da pressioni interne ed esterne, per porre fine allo stallo politico», dice al manifesto l’analista Ghassan Khatib di Ramallah. «I rappresentanti dell’Anp», ci spiega, «dietro le quinte sperano che il voto in Israele metta fuori gioco (il premier Benyamin) Netanyahu e che al potere vada un governo che smetta di fare la guerra all’Anp. Inoltre, legittimata dalle elezioni del 28 novembre, l’Anp avrebbe un peso diverso agli occhi dell’Europa e degli Usa, rendendo inaccettabile l’ostilità di Israele. A mio parere sono degli illusi: la politica israeliana cambierà poco o nulla anche senza Netanyahu».
Da quando Donald Trump, a metà febbraio, ha creato il Board of Peace per Gaza, il novantenne Abu Mazen e il suo vice ed erede politico, Hussein Sheikh, hanno accelerato le riforme interne chieste dagli sponsor occidentali. Scommettono sulla possibilità che gli Stati uniti cessino di opporsi al coinvolgimento diretto dell’Anp nel futuro di Gaza e convincano Israele a interrompere le politiche in Cisgiordania portate avanti dal ministro Bezalel Smotrich che, tra le altre cose, ha congelato miliardi di dollari di entrate palestinesi, mettendo in ginocchio i servizi pubblici dell’Anp.







