Per il conferimento della laurea honoris causa, l’erede Luxottica ha letto un discorso che sembra scritto dall’intelligenza artificiale. E anche sui contenuti involontariamente umoristici ci sarebbe tanto da dire…

C’è un momento preciso, leggendo la lectio magistralis che Leonardo Maria Del Vecchio ha pronunciato il 9 luglio a Villa Mondragone per il conferimento della laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità dell’Università di Roma Tor Vergata (notizia data in anteprima da Lettera43), in cui si smette di seguire il filo e si comincia a contare. Succede più o meno alla terza occorrenza di quella costruzione retorica che ormai chiunque frequenti un chatbot riconosce a occhi chiusi: la negazione seguita dalla correzione. «Il privilegio non è una sentenza. È una prova». «Non è un gesto. È un cantiere». «Il limbo non ti distrugge. Ti conserva». «Non è poco. È tutto».

Un uso massiccio dell’antitesi che farebbe impallidire Cicerone

Nel testo integrale pubblicato dal Corriere della Sera, la formula ricorre più di 30 volte. Trenta. In 21 minuti di discorso. Cicerone, che pure di antitesi campava, a quel ritmo avrebbe chiesto una pausa. Bisogna dirlo subito, per correttezza: nessuno può dimostrare in modo incontestabile che un testo sia stato scritto da un’intelligenza artificiale. Ma è anche impossibile non notare che la lectio esibisce, con una densità probabilmente mai vista in alcun discorso pronunciato da un essere umano, l’intero campionario stilistico della prosa generata dai modelli linguistici.