Orbits – Dialogues with Intelligence è un format ideato dal filosofo Luciano Floridi, direttore fondatore dello Yale Center for Digital Ethics e professore di Scienze Cognitive della Yale University. La terza edizione ha per tema "Habitat. Disegnare la società post-AI”. Giovedì 16 luglio al Teatro Grande degli Scavi di Pompei si terrà lo Show-How di Floridi, una nuova esperienza immersiva che unisce filosofia, tecnologia, cultura e visione per offrire una lettura originale delle grandi trasformazioni in corso (in diretta sky sul canale 501dalle 20), Venerdì 17 luglio al Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa i rappresentanti delle istituzioni, delle imprese partner e del mondo accademico si confronteranno su cultura, lavoro, supercomputing, salute e società. Quando uno studente mi chiede se dovrebbe studiare filosofia, rispondo: «Ti piacciono i problemi?». Di fronte a un problema, la maggior parte delle persone vuole liberarsene. Cerca una soluzione e vive il dilemma come qualcosa da cui fuggire. Pochi provano invece una forma di entusiasmo a restare dentro una domanda, rigirarla, esaminarla da prospettive diverse, lasciandola aperta invece di affrettarsi a risolverla male. A questi suggerisco di studiare filosofia. Gli altri li indirizzo altrove, con gentilezza. Per anni ho dato questo consiglio come un avvertimento, per tenere lontani gli impazienti da una vocazione esigente e scarsamente remunerata. Ora lo faccio quasi per convincere qualcuno a scegliere questa strada. Le persone a cui piacciono i problemi sono improvvisamente diventate proprio quelle che le aziende più potenti del mondo vogliono assumere. I principali laboratori di intelligenza artificiale stanno reclutando filosofi in numero crescente. Ho parlato tempo fa di una «emorragia» dai dipartimenti di filosofia. E aggiungerei che non è una novità. Circa ogni decennio, qualcuno riscopre che la filosofia è, segretamente, una delle lauree più pratiche che esistano. La domanda interessante non è se la filosofia sia utile, ma quale sia il prezzo della sua utilità: una filosofia al servizio dei laboratori conserva gli stipendi, ma sacrifica l’indipendenza che era la sua ragion d’essere. Qualunque cosa sostengano i comunicati stampa, le aziende non stanno comprando la filosofia, ma stanno cercando il tipo di persona che sceglie di studiarla. Questa scelta segnala una disposizione, che la disciplina, nel migliore dei casi, affina e rafforza. Keats le ha dato il nome più felice: capacità negativa, l’attitudine di restare “nelle incertezze, nei misteri, nei dubbi, senza l’impaziente bisogno di cercare rifugio nei fatti e nella ragione”. Verso la fine dello stesso secolo, Wilde ne indicò l’altra faccia parlando del “temperamento di Oxford”, il dono di chi sa “giocare con grazia con le idee” invece di precipitare nella “violenza dell’opinione”. Un poeta e un grande scrittore arrivano così allo stesso punto. L’affannosa ricerca di Keats e la violenza dell’opinione di Wilde descrivono lo stesso vizio: il bisogno di chiudere ciò che dovrebbe restare aperto. Liberarsi di questo vizio significa sentirsi a proprio agio con un problema, ed è precisamente ciò che oggi richiede la frontiera dell’intelligenza artificiale. Le sue domande più difficili non sono soltanto tecniche, ma concettuali e, nella maggior parte dei casi, si presentano come dilemmi per i quali non esistono criteri condivisi di soluzione. Una risposta plausibile è anche una risposta fondata, quando viene da un sistema addestrato a sembrare corretto e non necessariamente a esserlo? Che cosa richiede la giustizia, se alcune delle sue definizioni più plausibili risultano incompatibili? E, soprattutto, quale futuro vogliamo costruire con questi sistemi? Da un dilemma non si esce per ottimizzazione: servono persone capaci di viverci dentro. Persone di questo tipo, del resto, hanno sempre saputo muoversi bene una volta uscite dall’università. Carly Fiorina ha conseguito a Stanford un Bachelor of Arts in filosofia prima di guidare Hewlett-Packard. Christy Haubegger ha studiato filosofia prima di fondare la rivista Latina e arrivare ai vertici della comunicazione di WarnerMedia. Anche Jessica Jackley si è laureata in filosofia e poi ha creato Kiva, ed è arrivata in Africa orientale confessando lei stessa di non conoscere ancora bene la differenza tra profitto e fatturato.