Capire davvero la rivoluzione dell’intelligenza artificiale sul lavoro, sull’istruzione, sulla vita quotidiana significa slegare, finalmente, gli ormeggi. Significa navigare. Sulla terraferma delle nostre certezze e dei nostri modi di ragionare, infatti, rischieremmo di non capirci nulla. «Dobbiamo fare come Platone, che nel suo Fedone raccontava Socrate su una zattera in mezzo al Mediterraneo. E scriveva che la discussione filosofica da imbastire per giungere alla verità è come quella zattera: da riparare mentre navighiamo, rischiando, senza mai poer scendere mentre navighiamo». Per parlare delle sfide dell’AI, il filosofo Luciano Floridi, che in Italia l’ha indagata come pochi altri, ha bisogno di un lunghissimo preambolo. «Dobbiamo partire dalle convinzioni che abbiamo assorbito senza capirle. Dalla nostra Ur-philosophie, la filosofia originaria». E distruggerle. Il debutto al Salone del libro dell’intellettuale – 62 anni, professore a Yale e tra i massimi esperti di etica digitale – avviene nella piccola Sala blu, padiglione 2 del Lingotto. Il pubblico è composto in gran parte da giovani desiderosi di capire «i percorsi che stanno tra innovazione tecnologica, sensibilità filosofica ed etica – come spiega il rettore del Politecnico di Torino Stefano Corgnati, a cui è affidata l’introduzione – oggi ancora più importanti perché si parla di AI». Percorsi che Floridi esplora in due volumi usciti per Mondadori (La differenza fondamentale) e per Raffaello Cortina Editore (Il nodo etico). Il filosofo li definisce «di design concettuale, di costruzione di una società che non è data». E in cui l’intelligenza artificiale modificherà il mondo a tal punto da lasciarci senza concetti per capirlo. Eppure, non bisogna disperare: l’urgenza di ridefinire il nostro rapporto con la realtà digitale può essere l’occasione per riallacciarci a una trama perduta, a un modo di pensare la conoscenza e la verità che sembravamo aver ignorato. E che ci fa tornare a Platone, a Montaigne, al filosofo austriaco Otto Neurat. «Mia moglie dice che prendo le cose troppo alla larga – scherza Floridi – ma oggi non c’è, e quindi posso farlo». Anche perché quella schiera di pensatori, separati dai secoli ma accomunati da «una filosofia della barca e della navigazione», ci tornano utilissimi. Perché esplorano possibilità nuove senza l’ossessione di trovare un fondamento ultimo alla realtà. Così possiamo lasciarci alle spalle «la nostra cultura terrestre, radicata nel territorio, che cerca fondamenti e strutture». Mare e terra. Una tensione che Floridi illustra partendo dal punto dove i due poli si congiungono: la spiaggia. Quella da cui il filosofo epicureo Lucrezio scriveva il suo De rerum natura: «Dolce sul mare grande, quando i venti agitano le acque, contemplare da terra le fatiche degli altri». È la stessa cosa che nel 1611 Shakespeare fa dire a Miranda, personaggio della tragedia La tempesta: «Ho sofferto con coloro che ho visto soffrire». Anche lei, però «lo dice da una spiaggia, come Lucrezio». Ecco che cosa sono stati più di due millenni di filosofia occidentale: stare sulla terraferma e guardare da lì le cose cambiare, il mare in tempesta, il nubifragio. Ma l’atteggiamento distaccato del filosofo «oggi non funziona più – commenta Floridi – specialmente quando il mondo va a scatafascio». A dire il vero, non ha mai funzionato. Fondare le cose, trovare un senso ultimo è lo scheletro nell’armadio di tutta la cultura occidentale. Tutti ci hanno provato, nessuno ci è riuscito. «È un cimitero di fallimenti» sentenzia Floridi. Ci ha provato il cristianesimo delle origini: «Nei quattro vangeli non si parla mai di acqua salata – continua Floridi – ma solo di acqua dolce, colline, montagne, e di strutture che si possono costruire su queste montagne». Un esempio? L’unità tra tradizione ebraica e cristiana, che per San Paolo è come «l’innesto di un albero». Ma la Gerusalemme di Gesù può diventare Parigi, e i Vangeli possono diventare le Meditazioni metafisiche di Cartesio. Non cambierebbe nulla: «Quando si arruolò nell’esercito protestante, Cartesio vide fortezze, costruzioni, campi montati e smantellati. Lì conobbe un ingegnere fiammingo, Simon Stevin, che divenne suo maestro. La terminologia che imparò da lui la tradusse nelle sue Meditazioni. Quel testo inventò il vocabolario della filosofia moderna e divenne il caposaldo del fondazionalismo». Che nel caso di Cartesio portò al cogito ergo sum, il pensiero umano come unico fondamento non scalfibile dal dubbio. Poi ci proverà Kant, ma anche i giganti del Novecento filosofico Heidegger, Frege, Wittgenstein. Tutti «guardano al mondo senza starci dentro». Senza navigare, senza rischiare la via del mare. E dopo anni di carriera devono rinunciare. Frege brucia i suoi volumi, Heidegger rinuncia a scrivere la seconda parte della sua opera principale Essere e tempo. Il secolo breve si chiude con una filosofia disillusa: «Restano solo le domande». Occorre tornare indietro. Riavvolgere il nastro fino ai Vangeli. E a quando «San Paolo scelse di internazionalizzare il cristianesimo ricorrendo a metafore marine». L’acqua salata davanti alla Palestina storica prende il posto del lago di Tiberiade. E il cristianesimo si diffonde attraverso il Mediterraneo, «si apre al viaggio». Una suggestione colta dal filosofo francese Michel De Montaigne, «che parla spesso del mare» nei suoi Saggi fatti di riflessioni libere. Quell’opera pubblicata a fine’500, fa da contraltare ideale al cartesianesimo. E dal mare perduto di Montaigne e di San Paolo deve ripartire la civiltà digitale. Sembra facile: «D’altronde, tutta la rivoluzione digitale parla con metafore acquifere – continua Floridi –: il web si naviga». Eppure «noi, a differenza di Paolo, non abbiamo un fine ultimo». Dobbiamo inventarlo, anzi, per dirla con Floridi, «costruirlo». Serve un altro fine ultimo, «un’escatologia secolare» spiega il filosofo. Un senso per orientarci nel mare della civiltà digitale. Il compito non è più rimandabile: