Mentre la ricerca apre nuove prospettive sulla diagnosi e sul trattamento dell’Alzheimer, percorsi frammentati e disuguaglianze territoriali rischiano di frenare il cambiamento. Dal Vaticano il richiamo a una responsabilità collettiva capace di tenere insieme innovazione, presa in carico e sostegno alle famiglie
Dopo oltre trent’anni di ricerca, l’evoluzione delle conoscenze sulla malattia di Alzheimer, sta modificando il modo di guardare alle demenze. Ma le nuove opportunità scientifiche fanno emergere con ancora maggiore evidenza le debolezze del sistema: tempi lunghi per arrivare a una diagnosi, percorsi frammentati, disuguaglianze territoriali e un peso dell’assistenza che continua a ricadere in larga parte sulle famiglie.
È intorno a questa tensione tra innovazione e capacità di tradurla in percorsi di cura che si è sviluppato il confronto “Alzheimer: bisogno sociale, responsabilità collettiva”, ospitato dalla Santa Sede presso il Palazzo della Cancelleria Vaticana. Istituzioni, comunità scientifica, associazioni dei pazienti e mondo ecclesiale si sono confrontati sulle prospettive della presa in carico delle persone con Alzheimer.
Il filo conduttore è stato il richiamo espresso nei mesi scorsi da papa Leone XIV, secondo cui la salute non può essere considerata un “lusso per pochi ma è una condizione essenziale per la pace sociale”. Un principio che, davanti all’invecchiamento della popolazione e alla crescita dell’impatto delle malattie neurodegenerative, assume anche una dimensione sempre più concreta di organizzazione dei servizi e allocazione delle risorse. “Se vinceremo la malattia, ma perderemo la battaglia per il malato, perderemmo la magnifica Humanitas”, ha osservato monsignor Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia Teologica, richiamando l’attenzione sulla condizione della persona che convive con la malattia. Un tema ripreso anche da monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere emerito della Pontificia Accademia delle Scienze: “L’innovazione scientifica, che fa progressi decisivi, acquista il suo significato più profondo quando riesce a raggiungere le persone più fragili”. Perché l’Alzheimer, ha sottolineato, interpella “il senso più profondo della cura, intesa non solo come trattamento, ma anche come vicinanza, responsabilità e scelta di civiltà, umanità e fede”.












