Il problema non è il sistema elettorale: è che il governo, da mesi, ha smesso di comandare la propria maggioranza. E finché questo non cambierà, ogni riforma — elettorale o meno — rischierà di trasformarsi nell’ennesima occasione persa. La riflessione di Francesco Nicodemo

Da mesi il governo Meloni non riesce più a incidere. Da quando il referendum sulla giustizia si è chiuso con una sconfitta che a Palazzo Chigi nessuno ha mai davvero metabolizzato, l’esecutivo naviga a vista: nessuna riforma di peso portata a casa, nessuna iniziativa che non finisca impantanata tra distinguo interni e prove muscolari delle opposizioni.

La bocciatura dell’emendamento Bignami sulle preferenze, arrivata ieri alla Camera, non è un incidente isolato. È la fotografia più nitida di questa immobilità che dura ormai da troppo tempo.

Il dato politico è brutale: non meno di quaranta franchi tiratori, nascosti dietro il voto segreto, hanno affondato un testo che la premier stessa aveva blindato, chiedendo alla sua maggioranza di “metterci la faccia”. Gliel’hanno tolta, la faccia.

E lo hanno fatto dall’interno della coalizione, non dai banchi dell’opposizione: un dettaglio che a Chigi si fa finta di non vedere, ma che pesa più di ogni altra cosa.