15 Luglio 2026 – Lettura: 4 minuti
Una trentina di franchi tiratori ha impallinato l’emendamento sulle preferenze e la premier. Mandandole un messaggio chiaro: sulle regole, compresa la partita per il Quirinale, occorre trattare e non avanzare come un panzer.
Il voto segreto, questo sconosciuto… La battuta d’arresto della maggioranza sulla legge elettorale è meno di una crisi di governo ma più di un semplice incidente d’Aula. E fa, o dovrebbe far, riflettere Giorgia Meloni sul metodo con il quale non solo intende governare nei prossimi mesi, ma soprattutto intende dare la scalata al Quirinale per sé o per un suo fedelissimo.
A caccia dei franchi tiratori
Riavvolgendo il film, in pillole: Meloni in campagna elettorale promette che rimetterà le preferenze, poi al momento di scrivere la riforma elettorale se ne dimentica, perché alla fine le liste bloccate fanno gola ai leader che possono scegliersi i ‘propri’ parlamentari. Tutto bene fino all’arrivo di Roberto Vannacci, che ricorda la promessa e gliela rinfaccia. Al Senato le posizioni sono cristallizzate ma alla Camera si riaprono i giochi: FdI scrive e presenta un emendamento che introduce le preferenze (anche se con un capolista bloccato) e con questo ottiene il sì di facciata di Lega e Forza Italia, da sempre contrari. Le opposizioni annusano l’aria nervosa del Transatlantico, chiedono il voto segreto e nel segreto dell’urna una trentina di franchi tiratori di centrodestra impallina, nell’ordine, l’emendamento, la legge e la premier.












