Walter Veltroni, già politico a tempo pieno nella Prima Repubblica, si dedica, ora, nell’altrettanto ostico mestiere di giornalista-storico. In quest’ultima veste, martedì 14 luglio u.s., ha dedicato due pagine intere sul “Corriere della sera”, al caso dei fratelli Menegazzo. Due gioiellieri romani vittime, nel 1967, del primo caso italiano di gangsterismo cruento.
L’uomo di Girifalco
L’artefice di quel delitto fu un calabrese di Girifalco, tale Leonardo Cimimo.Costui era figlio di una prostituta storica di Catanzaro, una certa “Ciminu”, una donna giunonica di cui non si conosceva l’esatta generalità. Aveva, appunto, un figlio, Leonardo Cimino, che nacque a Girifalco (CZ) nel 1933 da NN e Maria Cimino.La storia di Leonardo Cimino è la storia del banditismo italiano. Egli, da giovane, fece il garzone in una sartoria del paese che lasciò negli anni ’50 per cercare fortuna a Roma dove si insediò in un appartamento Iacp al Tufello. A Roma continuò a cucire con piccoli e saltuari lavori a casa. Ma non era vita per lui. Preferì presto la carriera di bandito. Negli ambienti della malavita romana divenne famoso col nomignolo “Lo smilzo”.
L’ascesa nella malavita romana
Il primo arresto fu nel 1954, a 21 anni, per appropriazione indebita e furto. Due anni dopo alzò il tiro con una clamorosa rapina al gioielliere Francesco Chiavello. Divenne romano perché, come usa dire, salì i tre scalini di Regina Coeli. Nel 1961 uscì dalle patrie galere più determinato che mai: delinquere sempre, ma con arroganza.L’8 agosto 1963, mentre girava per Roma con una Ferrari rubata, inseguito dalla polizia, andò a sbattere contro il monumento al Bersagliere all’inizio della via Nomentana. Altro arresto, ancora un anno di collegio. Il 6 agosto 1966 rapinò due bancari che portavano gli stipendi alla fabbrica della San Pellegrino sulla via Salaria. Cimino spara e ferisce chi gli nega il bottino.











