PADOVA - Le associazioni animaliste veneto alzano la voce contro il piano regionale di contenimento delle nutrie. Migliaia di volontari padovani (e non) hanno scritto al presidente della Regione, Alberto Stefani, chiedendo la sospensione del provvedimento che prevede l’eradicazione della specie e l'apertura di un confronto su misure alternative. Secondo i firmatari, la decisione di procedere con questo piano attraverso metodi ritenuti cruenti, rappresenterebbe una scelta diseducativa e contribuirebbe a diffondere un messaggio sbagliato sul rapporto tra uomo e animali.
La contrarietà Le associazioni contestano anche il coinvolgimento dei cittadini nelle segnalazioni attraverso un’applicazione dedicata, giudicando il provvedimento incompatibile con una gestione rispettosa della fauna. Nella lettera indirizzata al governatore, i volontari ricordano l'attività svolta quotidianamente sul territorio a tutela degli animali selvatici e domestici: «Decine di migliaia di persone dovrebbero dedicare tempo e risorse economiche al recupero e all'assistenza della fauna. Non ci riconosciamo in una Regione che individua nell'abbattimento la principale risposta alla presenza di specie considerate invasive». Tra le principali criticità evidenziate vi sono le modalità di cattura delle nutrie. Secondo le associazioni, le gabbie-trappola possono provocare sofferenze agli animali qualora non vengano controllate con la frequenza prevista dalla normativa. I firmatari sostengono inoltre che in alcuni casi si sarebbero già verificati episodi contrari alle disposizioni vigenti. Nel documento viene contestato anche il ricorso al termine eradicazione, definito simbolo di una regressione culturale piuttosto che di un approccio moderno alla gestione della fauna selvatica. Secondo i promotori dell'iniziativa, autorizzare l'uccisione degli animali rischia di trasmettere alle nuove generazioni l'idea che la soppressione rappresenti la soluzione ordinaria ai conflitti tra uomo e fauna. Le associazioni ricordano inoltre che la presenza delle nutrie è conseguenza della chiusura degli allevamenti destinati alla produzione di pellicce e ritengono che il fenomeno non sia mai stato affrontato con una pianificazione adeguata. A loro giudizio, attribuire alle nutrie la responsabilità del dissesto idrogeologico sarebbe «una lettura parziale del problema», che chiamerebbe in causa anche la manutenzione degli argini e dei corsi d'acqua.







