Alle 10.20 di domenica 22 giugno i giocatori argentini entrano nello spogliatoio dell’Azteca e riprendono i loro rituali: Cuciuffo posiziona su un armadio la Virgen de Luján e Maradona accende la sua strumentazione musicale, un Sony rosso, piccolo ma all’avanguardia per l’epoca, da cui comincia a risuonare la seconda cassetta che la Nazionale tiene in serbo per i giorni della partita: quella con le «canzoni da spogliatoio».
Ciononostante, a questo punto la cordialità dev’essere scomparsa dai volti dei giocatori. Il clima non è più disteso, l’atmosfera all’interno dello spogliatoio si fa tesa, come se dai condotti stesse calando una coltre di preoccupazione. La musica si trasforma in un’allegria simulata.
«Uno dei grandi ricordi che conservo di quel giorno è il silenzio all’interno dello spogliatoio» dice Tapia. «Avevamo ripetuto ogni singolo gesto fatto in occasione delle partite precedenti, però già l’arrivo allo stadio era stato diverso. E poi la musica era quasi totalmente assente, o almeno io non me la ricordo. Il silenzio: quello sì, me lo ricordo. Ci guardavamo l’uno con l’altro. Era un momento di concentrazione piuttosto speciale. Quello delle Malvinas era un tema che sentivamo: eravamo chiamati a rappresentare ogni argentino».










