C’è chi lo chiama clima, chi spirito, chi matrice. C’è chi non lo chiama affatto perché non ne riconosce l’esistenza. Io lo chiamo sentimento. Un sentimento antifascista, di libertà e di amore.
Dunque di solidarietà, rispetto, dignità, giustizia, pluralismo, uguaglianza, pace, che ha animato le madri e i padri costituenti dopo il trauma della guerra e gli orrori del nazifascismo, poi trasfuso in una Costituzione che va ben oltre le sue regole, anche elettorali, perché è al cuore di persone (e non di sudditi) che parla e che deve parlare per diventare cultura, mentalità, azione politica, maggioranza stabile. Senza quel sentimento, la Costituzione italiana non sarebbe stata scritta – non così, almeno – da donne e uomini di provenienze politiche, sociali, culturali, persino anagrafiche, tanto diverse.
Senza “cogliere” quel sentimento, la Costituzione non avrebbe camminato sulle gambe delle generazioni successive e i suoi valori “affettivi” non potrebbero avere il peso immaginato dai costituenti nella costruzione di una casa comune, come in effetti hanno avuto – anche grazie alla nascita della Corte costituzionale -, in particolare negli anni 70, per poi, però, essere travolti dal lento riemergere delle cattive passioni di nuovi autoritarismi.







