È probabile che la riforma elettorale voluta dal governo alla fine sarà approvata. La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, tuttavia, rappresenta un segnale da non trascurare. Segna una battuta d’arresto ascrivibile per intero alla maggioranza presieduta da Giorgia Meloni. E sottolinea le difficoltà di tenuta di una coalizione di destra che finora non aveva dato segni di cedimento: nemmeno su temi estremamente divisivi come la politica estera e il sostegno all’Ucraina. La premier ieri aveva rivolto un invito agli avversari a «metterci la faccia», senza usare il voto segreto per cercare di metterla in difficoltà: un appello caduto nel vuoto, anche perché le opposizioni sapevano che il «no» alla riforma elettorale è uno dei pochi argomenti sui quali riescono a dimostrare un simulacro di unità. Ma visto quello che è successo nell’Aula di Montecitorio, si potrebbe maliziosamente pensare che l’esortazione di Meloni fosse indirizzata anche ad alleati che avevano manifestato un’evidente ostilità nei confronti delle preferenze.
Formalmente, avevano accettato il compromesso offerto da Palazzo Chigi. Nei fatti, lo hanno smentito in modo bruciante in una votazione sul filo di lana che non può non incrinare i rapporti di fiducia tra sodali della coalizione: tanto più a neanche un anno dalle elezioni politiche.Il colpo, inutile sottolinearlo, è soprattutto a Meloni, che sulle preferenze aveva scommesso molto anche per non smentire un suo orientamento storico. È il suo merito, e insieme il suo limite: nel senso che puntando su questo risultato e caricandolo di un significato forse eccessivo, ha ottenuto un effetto opposto e paradossale.










