Le domande ad Angelo Gaja hanno un destino curioso perché raramente restano quelle con cui erano partite perché lui le prende, le allarga, le porta altrove. A Cortina, durante VinoVip, gli chiedono quali siano le minacce che incombono sul vino in generale. Dopo pochi minuti, parla di guerre, di salute pubblica, di Giuseppe Prezzolini ( costringendo i giovani a fare ricerche su Internet) e di un'enoteca di New York e perfino alle mail che continua a spedire alle figlie per suoi consigli non richiesti. Un modo di costruire le risposte del tutto unico e personale.

Sembra procedere per deviazioni. In realtà costruisce un mosaico. E quando tutti i tasselli trovano posto, il vino è diventato il racconto di un Paese, del suo carattere e perfino delle sue paure. È questo che rende ancora speciale ascoltare Gaja. Non soltanto il produttore che ha trasformato una cantina di Barbaresco in uno dei nomi simbolo dell'enologia mondiale, contribuendo a liberare il vino italiano dal complesso di inferiorità nei confronti della Francia. Ma l'uomo che continua a leggere il presente attraverso una bottiglia.

La frase che sintetizza meglio il suo pensiero arriva quasi di passaggio. "Il vino si beve per festeggiare." Sembra un'osservazione semplice. Invece contiene tutto il resto. Perché se il vino accompagna i momenti felici della vita, è inevitabile che soffra quando il tempo storico si riempie di inquietudine. Gaja ricorda le guerre che continuano a lambire l'Europa, il clima di incertezza, le campagne che negli ultimi anni hanno spostato il vino sul banco degli imputati. Dice di essere rimasto "frastornato" quando, nel gennaio del 2023, l'Organizzazione mondiale della sanità definì l'alcol un veleno e osserva con preoccupazione come il dibattito pubblico abbia finito spesso per mettere nello stesso contenitore realtà profondamente diverse.