Non sarà mai un gioco comune.
Ogni volta che partono le note di Live is life, il popolo del calcio fa un salto nella memoria e arriva a una sola immagine: Diego Armando Maradona che palleggia sulle note della canzone e trasforma un riscaldamento in una danza ipnotica, magica. «E se tu dici che questa è retorica, io che ho fatto solo la scuola dell’obbligo ti dico che chiunque ha qualcosa dentro, cioè dei sentimenti veri, è un po’ retorico», disse una volta Diego a Gianni Minà. Eroe sfortunato, non come i supereroi degli americani che non muoiono mai: «Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto», come scrisse la penna di Eduardo Galeano, una delle poche che poteva seguire con l’inchiostro quel che lui faceva sul campo («nessuno può prevedere le diavolerie di questo generatore automatico di sorpresa»).
Non supereremo mai questa fase, qualsiasi cosa voglia dire per molti di noi nel mondo del calcio di oggi, perché per alcuni tifosi il calcio è e resta soprattutto quel tocco a un pallone, il primo che si dà da cui può nascere un tipo di poesia difficile da descrivere («A Napoli i bambini giocano ovunque a calcio. Ogni piazza, viale, parco o garage delle palazzine si trasforma in un meraviglioso impianto»).









