Quando il dibattito pubblico normalizza i linguaggi dell’esclusione e del disprezzo, prima o poi qualcuno si sentirà autorizzato a trasformare quelle parole in violenza. Da qui bisogna partire per capire ciò che è accaduto a San Benedetto del Tronto. Perché non siamo davanti soltanto a un’aggressione, ma alla materializzazione di un clima, alla traduzione fisica di un linguaggio. Stiamo vivendo il momento esatto in cui una pedagogia dell’ostilità smette di essere propaganda e diventa gesto di sopraffazione.
In mezzo alla strada, un uomo di origine irachena, visibilmente in difficoltà psichica, viene prima strappato dalla sua bicicletta, che viene scagliata via come se fosse essa stessa un’estensione intollerabile della sua presenza. Poi viene aggredito, esposto allo sguardo dei passanti, umiliato pubblicamente, trasformato in un bersaglio. A compiere l’aggressione è Giuseppe Barboni, imprenditore e iscritto a Futuro Nazionale, il movimento guidato da Roberto Vannacci. Ciò che rende questa scena ancora più grave non è soltanto la brutalità del fatto. È la sua pretesa di legittimità. È il sottotesto morale che la accompagna: l’idea, ormai sempre più diffusa, che esistano corpi meno intoccabili di altri, vite meno degne di tutela, persone che possono essere trattate non come soggetti di diritto, ma come ostacoli da rimuovere. Per questo l’aggressione non viene nascosta, rimossa o vissuta come una colpa. Viene esibita.











