Per molti adolescenti italiani cresciuti vicino al mare, il lavoro da “assistente bagnante” (o “bagnino”, termine meno professionale ma largamente più diffuso) ha rappresentato per anni una delle prime e più diffuse opportunità lavorative, anche per via dell’altissima richiesta da parte di lidi e piscine. La presenza di un bagnino è infatti un requisito necessario per poter aprire queste strutture, e ottenere il brevetto dà la possibilità di trovare un impiego in tempi relativamente brevi.

Da un po’ di tempo però le cose sono cambiate: ci sono sempre meno nuovi bagnini, sono diminuiti i rinnovi di quelli già abilitati e i gestori dei lidi lamentano spessissimo di non riuscire a trovarne. Questa situazione è dovuta a varie cause, tra cui una serie di modifiche che hanno reso le procedure per diventare bagnini più complesse e faticose, retribuzioni spesso ritenute poco adeguate e condizioni contrattuali non sempre favorevoli, con casi di inquadramenti part-time non proporzionati all’impegno richiesto o di compensi corrisposti in nero.

Ma c’entra anche una maggiore consapevolezza delle responsabilità giuridiche legate al ruolo, che possono rappresentare un deterrente per chi aspira a questa professione. Il bagnino può essere chiamato a rispondere sia penalmente, per esempio in caso di lesioni o omicidio colposo dovuti a negligenza, imprudenza o imperizia, sia in sede civile, con l’obbligo di risarcire gli eventuali danni causati.