«Comprensione». È da qui che prende le mosse il nuovo libro di Fortunato Costantino – sa tutto o quasi, ma non capisce nulla. L’intelligenza artificiale e il primato umano del senso (Castelvecchi). Serve a smentire l’equivoco insito nell’uso del termine “intelligenza” riferito alle macchine. Perché ingenera davvero l’idea che siano in grado di capire realmente, amplificando la portata di un pericolo che è il più grave dell’epoca digitale attuale.L’autore rintraccia le radici del desiderio di costruire qualcosa che imiti la mente umana. E risale nel tempo, ben prima dell’era dei calcolatori elettronici. Il dio Efesto forgia e dona a Zeus Talos, il gigante di bronzo che sorvegliava le coste di Creta tre volte al giorno con una corsa meccanica e inflessibile, senza sapere perché lo facesse. I rabbini della tradizione cabbalistica modellano il Golem dall’argilla: animato dalla parola divina obbedisce ma non comprende. E Vaucanson costruisce un’anatra meccanica, a simulazione del vivente, che scandalizza le corti europee del 700. Mary Shelley, nel 1818, con il suo Frankenstein porta questa tensione alla sua forma più drammatica: non una storia dell’orrore, ma la prima grande riflessione moderna sulla responsabilità di chi costruisce qualcosa che lambisce il confine dell’umano. L’intelligenza artificiale di oggi così non è una rottura con il passato, ma un altro capitolo di una storia lunghissima.Non soltanto una riflessione sulla tecnica, ma essenzialmente sulla filosofia del linguaggio e sulla scienza dei segni applicate alla tecnologia. I sistemi algoritmici producono segni. Ma il senso non è lì, perché essendo significanti sono in attesa di essere caricati di significato. Lo ottengono nell’incontro con l’interprete che riceve, lo verifica, elabora, integra nel proprio orizzonte di esperienza e conoscenza. La macchina e il linguaggio che le dà voce, per quanto fluente, non ha significati intrinseci. Il significato lo costruisce chi legge, a condizione che abbia gli strumenti per farlo con consapevolezza.Su questa base semiotica con riferimentti dosati a Saussure, Peirce, Eco, Barthes, Costantino costruisce la demistificazione del nome stesso del fenomeno e della relativa disciplina. Il termine “intelligenza artificiale” usa la parola intelligenza per descrivere qualcosa che non lo è, almeno nel senso in cui la attribuiamo agli esseri viventi. Come uscirne senza cadere nell’elitismo terminologico? L’autore sceglie pragmaticamente di continuare a usare quel termine per quel che è, una convenzione maldestra. E propone un escamotage che è anche una tesi: «Ogni volta che lo incontrerete in queste pagine, leggetelo come abilità computazionale statistica avanzata. È meno elegante, ma più fedele alla realtà».L’esperimento mentale della stanza cinese di Searle torna qui nella sua forza piena: sintassi non è semantica, eseguire correttamente un programma non equivale a comprendere ciò che si elabora. I grandi modelli linguistici calcolano distribuzioni di probabilità su enormi corpus di testo umano e producono output coerenti, pertinenti, persino sorprendenti. Ma rimangono in ogni loro parte un’operazione statistica sul linguaggio, non un atto di comprensione. Un sistema sa come si scrive di qualcosa, ma non sa cosa significhi il pensiero elaborato dietro l’esperienza della scrittura.Costantino, autore di altri due volumi che hanno contribuito al dibattito sull’intelligenza artificiale, L’insegnamento di Sophia (2024) e Il Qubit di Dio (2025), è uno studioso che tiene insieme conoscenza tecnica, diritto, etica e cultura umanistica in una prospettiva unitaria, fedele alla ermeneutica della complessità connessa. La ritiene una via privilegiata per la comprensione del tempo delle policrisi che viviamo e che dobbiamo abituarci a vivere per sempre.Nel libro opera un cambio di prospettiva genuino. Non si chiede solo cosa fa la macchina. Si chiede cosa producono i suoi output nel momento in cui vengono ricevuti, interpretati, usati. Sposta insomma il centro dell’analisi dalla computazione alla significazione e dalla tecnica alla responsabilità. Il messaggio che emerge è che la qualità della nostra relazione con l’intelligenza artificiale dipende dalla qualità degli interpreti che sappiamo essere.È questa, per Costantino, la posta politica più alta della nostra epoca. Se il senso si produce solo nell’incontro tra segno e interprete consapevole, allora una comunità che delega acriticamente alla macchina la selezione, la sintesi e il giudizio non perde solo qualità cognitiva. Perde la capacità di autogoverno. La democrazia, nella sua accezione più profonda, funziona solo se i cittadini mantengono la competenza e la volontà di leggere il reale in prima persona. L’intelligenza artificiale, e più in generale la tecnologia digitale, usata senza questa consapevolezza, è un rischio per la tenuta del senso collettivo e quindi della democrazia.La prefazione è di Giuseppe Cassano, tra i maggiori civilisti italiani e co-curatore degli Stati Generali di Internet e della Intelligenza Artificiale alla Luiss. La postfazione è di Piero Polidoro, già allievo di Umberto Eco e tra gli esponenti più autorevoli della semiotica italiana ed europea.