Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiNel 2025, il 13,3% dei giovani italiani di età compresa tra i 15 e i 29 anni faceva parte dei Neet. E dunque, non studiava, non lavorava né era inserito in un percorso di formazione. Il dato colloca il nostro Paese al quart’ultimo posto in Europa dopo la Romania (19,2%), la Bulgaria (13,8%) e la Grecia (13,6%). Da notare, anche, che da noi il fenomeno aumenta nettamente dai 20 anni in poi.

I restanti giovani italiani, invece, per il 53,6% studiano (+13,7% rispetto alla media europea), per il 27,4% lavorano (-4,1% rispetto alla media Ue) e per il 5,7% studia e lavora al contempo.

Il Rapporto Dedalo e la disconnessione tra studio e lavoro

Questa distribuzione, fanno notare gli estensori del Rapporto Dedalo, laboratorio permanente sul fenomeno Neet lanciato lo scorso anno da Fondazione Gi Group, presentato la scorsa settimana alla Camera dei deputati, mette in evidenza la forte distanza tra il mondo dello studio e del lavoro in Italia.

Mentre sul numero di ragazzi che smettono di studiare l’Italia ha registrato dei miglioramenti (nel 2025 la dispersione è passata all’8,2% rispetto al 9,8% del 2024 e superando il target fissato dalla Commissione Ue per il 2030 con 5 anni di anticipo), quello dei ragazzi che studiano e insieme lavorano è il più basso in Europa. Il Rapporto Dedalo individua le origini di questa «disconnessione» in alcuni fattori: oltre alla distanza tra sistema educativo e mondo del lavoro, giocano un ruolo fondamentale ancora la limitata diffusione di percorsi tecnico-professionalizzanti, l’inefficacia dei servizi di orientamento e un contesto socioeconomico fragile, soprattutto nel Mezzogiorno.