Che tipo di spazio si apre quando alcuni elementi dell’immaginario psichedelico ricompaiono in un momento storico che insiste su benessere e longevità? Che cosa succede quando l’idea dell’alterazione percettiva torna al centro della scena, ma contemporaneamente la parola chiave è diventata healthy?
Una risposta l’ha provata a dare la rivista britannica Dazed, che ha dedicato di recente un approfondimento alla crescente diffusione dei tatuaggi spirituali, con simboli che parlano di energia e riconnessione personale. Ma anche i curatori del Museum of Craft and Design di San Francisco che hanno fortemente voluto Super/Natural, mostra (appena conclusasi) sul rapporto tra neuroestetica, percezione e coscienza.
Ma è nel beauty, forse più che altrove, che la ricerca di esperienze capaci di influenzare i sensi sta diventando pratica quotidiana. Texture che lavorano in modo adattivo sulla rifrazione della luce, profumi pensati per la modulazione emotiva quasi prima che per la firma olfattiva: in comune c’è l’idea che l’esperienza estetica intervenga sulla definizione di nuovi equilibri interiori. Si recuperano gli strumenti simbolici degli anni 60, ma cambiano gli obiettivi.
Lo osserva bene l’antropologa culturale Simona Segre-Reinach, docente di Fashion studies all’Università di Bologna, secondo cui stiamo assistendo al passaggio dalla bellezza come costruzione dell’identità al beauty come modulazione degli stati mentali. “Non si acquistano più solo oggetti ma esperienze percettive. La cultura psichedelica viene rielaborata senza significati originari come il rifiuto dei valori borghesi o la sperimentazione radicale, ma torna con forza il suo repertorio estetico e sensoriale. Se all’epoca si cercava la liberazione del soggetto, oggi si desidera un soggetto più equilibrato: dove un tempo c’erano lo “sballo” come esperienza conoscitiva e una certa noncuranza verso il futuro, oggi troviamo la tensione verso una vita lunga e qualitativamente migliore”.







