Uno studioso, che le ha provate, spiega perché le droghe psichedeliche sono diventate hype. E non solo tra i manager della Silicon Valley come Sergey Brin ed Elon Musk

di Enrica Brocardo

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Una tendenza che nasce dal bisogno di “soluzioni rapide”, da una visione romantica delle tradizioni indigene, dalla predilezione ecologica per i rimedi “naturali”. Oltre che dalla convinzione che le droghe psichedeliche possano favorire la creatività, migliorare la produttività, il pensiero laterale, l’umore o anche solo rappresentare un’evasione a portata di mano dallo stress del lavoro». A parlare è Andy Mitchell, neuropsicologo, terapeuta, autore di Dieci trip. La nuova realtà degli psichedelici (Einaudi), un reportage in prima persona nel mondo di droghe leggendarie come l’ayahuasca, un infuso a base di piante dell’Amazzonia, o di sostanze rese celebri dalla cultura beat. Ma anche fra i medici che analizzano queste droghe nelle Università, per arrivare fino agli incroci fra sostanze, meditazione e mindfulness. «Inoltre», continua lo studioso, «gli studi dimostrano che le persone con un alto quoziente intellettivo trovano queste sostanze particolarmente interessanti. Combinando il fatto che nelle tech companies sono parecchi gli individui con un Qi sopra la media, con il presupposto che ci sia anche un’alta percentuale di persone con autismo ad alto funzionamento e che uno degli effetti delle droghe psichedeliche è farci sentire più connessi agli altri, non stupisce che nella Silicon Valley gli allucinogeni siano diventati così popolari. Oggi, tra le sostanze più utilizzate ci sono i funghi e l’Lsd per un uso più esplorativo, mentre a fini ricreativi ketamina e Mdma. Alcune aziende stanno creando versioni sintetiche di psichedelici di origine naturale».